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Senza titolo, 1949, acquerello su carta, 43x57cm

Con la saggezza della mia età, posso dire di amare e abbracciare tutto quello che ho saputo realizzare, di notte e di giorno, con la frenesia delle idee e la lentezza delle mani che invecchiano, mai stanche, e con un cuore, il mio, che mi piace pensare e desiderare che sia sempre giovane.

R. Bianchi, Riflessioni, 2004

Senza titolo, 1949, acquerello su carta, 43x57cm

Le tempere acquerellate su carta prodotte da Rachele Bianchi nel 1949 e da lei numerate dall’1 al 14, compongono un corpus unico rispetto al resto della sua produzione grafica. Accanto a queste l’artista si dedica al disegno a matita, con il quale esplorerà le volumetrie del corpo, in una produzione quasi ossessiva di nudi e studi anatomici che si ferma bruscamente nel 1955.

Rispetto ai disegni, questi lavori sognanti, leggeri, trasparenti ma di spiccata personalità, rivelano una grande sensibilità per il colore e la composizione astratta, e un gusto per il gesto, per la pennellata, per la materia che costruisce la forma, che sfocerà quasi naturalmente nella pratica scultorea.

Il decennio che porta al 1960 è caratterizzato da una ricchissima produzione grafica; a partire dal 1949 Rachele Bianchi produce per cinque anni circa 900 disegni, oggi in corso di catalogazione.

Si tratta soprattutto di nudi femminili ritratti in varie pose, che l’artista racconta di aver realizzato dal vero, dividendo la modella con una amica pittrice. Raramente si tratta di veri ritratti: i volti di queste donne nella maggior parte dei casi, sono solo accennati, ovali vuoti, se non addirittura tagliati dal bordo del foglio.

Accanto a questi una serie di veri ritratti realizzati a matita su carta bianca, come Maria Luisa o il ritratto della sorella Carla entrambi del 1952, in cui alla linea si aggiunge il modellato dei chiaroscuri: come dice la stessa artista, erano “la via da percorrere” per arrivare alla scultura.

Nudo sul divano rosso, 1951, matite colorate su carta, 48x33cm
Ritratto di Maria Luisa e Ritratto di Carla, 1952, matita su carta

Il disegno è stato per me, negli anni Cinquanta, un dialogo quotidiano con il mondo, che si attuava per mezzo di tratti, chiaroscuri, linee, accenni di vesti, attraverso la figura massiccia di una donna: questo appagava il mio desiderio ancora inespresso, di volumi e forme scultoree.

R. Bianchi, Riflessioni, 2004

Sono del 1954 anche una serie di disegni a matita su carta bianca a tema naturalistico, realizzati per dei bassorilievi in gesso prodotti in quegli stessi anni, alcuni dei quali vennero poi fusi in bronzo: un corpus unico, compatto, in cui la Natura viene resa in uno stile naïf, geometrico, quasi architettonico. Gli alberi di un bosco diventano scenario accogliente simile a una quinta teatrale, ma molto più spesso muri invalicabili e soffocanti.

Questi sono anche gli anni in cui l’artista si avvicina alla ceramica, l’altro suo grande tramite alla scultura. Vasi di grande dimensione, ma anche piatti, ciotole e alzate, realizzati in creta e poi dipinti a gran fuoco con motivi astratti o naturalistici, in mezzo ai quali spuntano piccoli personaggi, simili a quelli che troveremo nei bassorilievi della produzione successiva.

Ciotola e piatto con bordo frastagliato, s.d. prima metà degli anni Cinquanta, ceramica dipinta a gran fuoco
Piatto con bordo frastagliato, dettaglio, s.d. prima metà degli anni Cinquanta, ceramica dipinta a gran fuoco

I grandi vasi che negli anni Cinquanta, pezzetto per pezzetto, innalzavo con la creta e poi dipingevo come un rompicapo in bilico tra istinto e razionale, e portavo a cuocere nei grandi Forni Curti di Milano, sono stati tenuti nascosti per anni ma oggi voglio mostrarli con consapevolezza, a chi come me, ama il mio lavoro.

R. Bianchi, Riflessioni, 2004

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta comincia a dedicarsi quasi completamente alla scultura, e lo fa partendo da bassorilievi in terracotta e in gesso che ritraggono scene di fantasia legate al mondo familiare e dell’infanzia, come I giochi (1959), o episodi religiosi, come l’Adorazione dei Magi o Natività in terracotta colorata (1956).

Ceramiche dipinte a gran fuoco, s.d. prima metà degli anni Cinquanta

Gli anni Sessanta sono quelli in cui l’artista, forte delle prime sperimentazioni in terracotta, comincia a realizzare piccole sculture in gesso che successivamente fonde in bronzo: si tratta di opere caratterizzate da forme lisce e arrotondate, e in cui ricorre prepotente il tema della femminilità e della maternità. Del resto sono gli anni in cui l’artista mette al mondo i suoi figli - Augusta nel 1960 e Giuseppe nel 1966 - ed è comprensibile che questo lasci tracce evidenti nella sua produzione.

Sono di questi anni infatti due piccole Maternità in bronzo dorato (1961 e 1962) in cui il corpo della madre si compone di un unico blocco che si apre in cavità che accolgono il bambino: due piccoli monoliti preziosi e silenziosi, che emanano il mistero e lo stupore di questa esperienza.

Donna accovacciata, s.d. prima metà degli anni Sessanta, bronzo
Donna rannicchiata, 1961, bronzo
Maternità, 1962, bronzo dorato

Sempre del 1961 Donna rannicchiata - un piccolo volume realizzato in bronzo - presenta le stesse caratteristiche di organicità delle forme e pulizia delle superfici: il volto appena accennato e rivolto in basso, la donna si tiene un ginocchio e sembra lottare contro la furia del vento. Pochi tratti accennati, capaci di trasmettere fatica, difficoltà, resistenza.

Accanto a questi lavori, anche un bassorilievo realizzato nel 1965 in gesso patinato e successivamente trasposto in marmo rosa Natività, in cui il gusto per i volumi arrotondati e lisci si ritrova nella rappresentazione di un interno, composto quasi esclusivamente dai corpi stessi dei personaggi che lo occupano. La Madonna al centro seduta per terra, veglia il bambino, con S. Giuseppe alle sue spalle e i tre Magi disposti in semicerchio: una struttura minimale, composta di volumi semplici, quasi senza dettagli e in cui la fisicità dei personaggi preannuncia l’estetica statuaria degli anni successivi.

Natività, 1965, gesso patinato, 37x38cm

Lo sguardo scopre le piccole figure nei mantelli, strette in un abbraccio contro la paura e soltanto luci ed ombre, in eco, creano colori come in un marmo tenero.

S. Dangelo, Le candide figure di Rachele Bianchi, 1977.

La produzione plastica di Rachele Bianchi subisce una decisa accelerazione all’inizio degli anni Settanta. Dal 1971 al 1976 circa, produce una serie di figure in gesso bianco patinato che chiama tutte Personaggio: è l’inizio di una ricerca estetica e poetica che sviluppa nel corso di tutta la vita. Molte di queste sculture infatti, insieme ad altre realizzate nel decennio successivo, vengono in seguito trasposte in marmo bianco e in bronzo (soprattutto nella prima metà degli anni Novanta). Sono tutte figure solitarie, dai tratti minimali e volumi geometrici, avvolte da pesanti abiti o mantelli, dietro cui sembrano schermarsi, nascondersi, difendersi; l’autrice ama definirle “velate”, ossia chiuse in sé stesse, isolate.

Personaggio (figura femminile), dettaglio, 1976, gesso patinato, 36x20cm
Personaggio (figura femminile), 1971, gesso patinato, 65cm

È probabile che anche in queste opere si possa rintracciare il riflesso della vicenda personale dell’artista, che in questi anni si trova ad affrontare la morte del padre e la separazione dal marito (entrambe nel 1971), e la morte della madre (1979). L’arte è per lei luogo di rifugio, conforto, protezione e unica forma di emancipazione dalle vincolanti convenzioni sociali dell’epoca.

Accanto a questi lavori, alcuni bassorilievi, tra cui Gita Domenicale (1973), bassorilievo in gesso patinato in cui alle forme morbide del decennio precedente si vanno a sostituire volumi più spigolosi che sembrano soffocare due piccole figure centrali appena accennate, e Le Nozze di Cana (1975), diventato poi una pietra miliare nella sua produzione.

L’opera infatti fu scelta come spunto dallo psicologo Franco Fornari per il suo saggio Cinema e icona. Nuova proposta per la psicoanalisi dell’arte (1977), in cui lo studioso rintraccia una serie di temi che saranno delle costanti nella poetica della Bianchi: la mancanza dell’elemento maschile, la celebrazione del rapporto madre – figlio, la solitudine della donna. Anche qui troviamo volumi semplici, in cui uomini e cose sembrano quasi indistinti; infatti, come dice Fornari nel suo scritto, “(…) Se non avesse un riferimento alle Nozze di Cana, il bassorilievo di Rachele Bianchi apparirebbe relativamente indecifrabile, anche a livello di scena manifesta.”

Sono datati 1970 – 71 infine, anche una serie di disegni su carta bianca realizzati dall’artista in matita rossa e blu: composizioni soprattutto bidimensionali da cui ogni tanto emergono anche figure che ricordano le sue sculture e sembrano costituire una riflessione sulla sua pratica plastica; qui troviamo un gusto per la composizione, alcuni pattern decorativi, figure geometriche fondamentali, che saranno tipici anche dei suoi ultimi lavori su carta.

Senza titolo, 1970, matita colorata su carta, 30x25cm

In questi anni l’artista pur dedicandosi soprattutto alla famiglia e ai figli, non smette di produrre, ma soprattutto comincia ad esplorare temi che svilupperà negli anni successivi: continua a realizzare figure in gesso di media grandezza, in cui rappresenta non solo i suoi personaggi ma anche, e per la prima volta, delle coppie. Il suo stile si indurisce, le pieghe delle vesti si fanno rigide e simili a lame, ma emergono dettagli anatomici – braccia che reggono mantelli, gambe ben piantate nel terreno - che prima restavano nascosti. Questo è evidente in lavori come La donna rosa (1980 c.a) in gesso patinato, successivamente trasposta in marmo rosa del Portogallo, e La Coppia (1985) piccola scultura bronzea in cui la figura maschile si protende verso quella femminile come a volerla proteggere.

La donna rosa, prima metà degli anni Ottanta, gesso patinato, 42cm

È di questi anni anche Personaggio (1980), una donna nuda che protende davanti a se tre lembi di stoffa che in parte la avvolgono, gesto che Frédérique Malaval interpreta come un “prolungamento della femminilità”, come il “mantello-rifugio” di una Madonna contemporanea [1] ; questo bozzetto viene poi fuso nuovamente in bronzo nel 1997, e nel 2005 in una versione monumentale alta più di due metri realizzata per il Parco San Carlo a Marnate (Varese).

In Donna in piedi (1983, trasposta in bronzo e in marmo nel 1994) invece, le falde del mantello sorretto dalla figura, sembrano pesanti come le ante di un portone; Luciano Caramel individua in questa opera “la volontà di sintesi: strutturale, tettonica, prima che architettonica, o limitatamente geometrica”, una dimostrazione pratica dell’interesse della scultrice per “una ricerca di essenzialità, funzionale all’esclusione di qualsiasi caduta in ciò che non è primario: fuori dal tempo, in un certo senso, per essere nel tempo.” (L. Caramel, La scultura gotica di Rachele Bianchi, 1997).

[1] F. Malaval, Enigma di una presenza, la scultura monumentale di Rachele Bianchi, 2012.

La forza di queste sculture spunta da quel sentimento minoritario, avverso alla banalità generalizzata, che regge certamente lo spirito di questa donna, che sfugge alla omologazione con quel che fanno gli altri.

R. De Grada, La scultura della ragione, 1995

Possiamo considerare gli anni Novanta il momento della maturità di Rachele Bianchi, che in questo decennio produce moltissimo, dal medio formato alla scala monumentale, fondendo in bronzo e trasponendo in marmo anche sue vecchie opere degli anni Settanta e Ottanta.

Testa femminile, 1995, bronzo, 20cm

Sono gli anni in cui la critica si accorge del suo lavoro e viene coinvolta in molte esposizioni personali e collettive; in questo senso l’entrare a far parte, nel 1993, della scuderia artistica della galleria milanese di Ada Zunino, sarà fondamentale.

Il lavoro della Bianchi si sviluppa in più direzioni, e accanto ai suoi personaggi l’artista produce bassorilievi e sculture ispirati dalla sua passione letteraria, teste femminili e sculture dedicate alla coppia.

Appassionata lettrice, orientata con lo stesso entusiasmo a testi di psicoanalisi e autori italiani e stranieri, per Rachele Bianchi Kafka e Buzzati sono fonte di grande ispirazione, che si traduce in opere come Il Castello di Kafka (1993), bassorilievo bronzeo, parte di una serie legata al grande autore ceco, in cui un segno duro, dentellato, modellato con forza, condensa la narrazione in un motivo geometrico. Questa stessa composizione verrà utilizzata dall’artista nel 2007, per la decorazione di quattro portali in bronzo per la chiesa dei Santi Donato e Carpoforo a Renate – Monza. Accanto a Kafka, la Bianchi dedica anche a Buzzati una sua opera, e con Il Deserto dei Tartari (1995), realizza una scultura bronzea simile a una montagna, in cui sembra tornare alla composizione e al modellato della sua produzione degli anni Sessanta e Settanta.

Il deserto dei Tartari, 1995, bronzo, 30x35x16cm

A questi lavori si aggiungono una serie di teste femminili in bronzo e gesso in cui l’artista riversa la sua vena malinconica nelle espressioni negli occhi e nei gesti delle mani, che si appoggiano sui volti o si intrecciano tra i capelli.

I personaggi realizzati in questi anni, si evolvono nell’impianto e nel modellato: in opere come Figura Femminile (1997) o La Nana (1996), gli abiti diventano sempre più simili a scatole, sarcofagi, spesso attraversati da pieghe geometriche, dure; a volte inserti di alluminio ne accentuano il carattere di “armatura”, e incisioni simili a lingue arcaiche le fanno sembrare delle steli preistoriche.

Alla fine degli anni Novanta però, le forme si addolciscono, i volti e gli sguardi delle donne si rasserenano e compaiono onde e balze sulle vesti, accenni di seni e capelli, come in Personaggio con gonna ondulata (1999) la cui versione monumentale, fusa nel 2014, è allestita oggi in modo permanente in Via Vettor Pisani a Milano.

Personaggio con gonna ondulata, 1999, bronzo, 65x30x16cm

Accennato negli anni Ottanta, il tema della coppia viene approfondito in diverse soluzioni che rivelano nell’artista un pensiero controverso e combattuto. Di tre sculture realizzate tra il 1994 e il 1998, la prima presenta la donna alle spalle dell’uomo nell’atto di appoggiargli una mano sulla spalla; nonostante indossino abiti armatura, le loro espressioni sono serene, le braccia e le gambe libere da costrizioni. Sereni appaiono anche i protagonisti di una seconda composizione, in cui l’uomo e la donna sono avvolti da un unico mantello, o forse un lenzuolo, le mani giunte, i corpi vicini a evocare intimità. Una terza versione invece, presenta due figure rigide, dallo sguardo fisso, con le bocche strette: avvolte da un unico abito/lenzuolo restano divisi al centro da una grossa piega a forma di lama.

La Coppia, dettaglio, 1998, bronzo, 52cm
La Coppia, dettaglio, 1994, bonzo, 49cm

“Le nuove sculture, non più donne con i ‘tabarri’, chiuse nel loro mondo, mi fanno credere che ancora vorrò e potrò dire molto.”

R. Bianchi, Riflessioni, 2004

All’inizio del nuovo millennio i personaggi di Rachele Bianchi tornano a parlare al Mondo e non più a difendersi da esso. Sculture come Donna con i suoi sogni (2001) rivelano il rinnovato piacere per la composizione e un desiderio di comunicare, di lanciare messaggi.

La donna con i suoi sogni, 2001, bronzo, 45cm

I volti si rasserenano, a volte sorridono, e l’artista indugia sulla decorazione delle vesti, animate da pieghe morbide come arabeschi, merletti e spirali di bronzo dorato come in Simbiosi (2001), La Donna nel vento (2002) o La Donna Felice (2005).

Compare in modo più evidente il tema della rete e della donna che la spezza, la apre, la attraversa: si tratta di un simbolo caro all’artista che, sin dalle prime opere, accompagna la sua firma o le sue iniziali al segno di una rete spezzata. Opere come Figura con la rete (2005) esprimono il suo bisogno di testimoniare in modo semplice e diretto, quanto l’Arte sia stata per lei uno spazio di assoluta emancipazione e libertà.

Figura con la rete, 2005, bronzo dorato

In questa prima decade, l’artista realizza molte opere monumentali: tra le altre l’Unione del 2007, una grande scultura in bronzo, oggi installata alla Fiera di Rho - Milano, in cui tre figure sono riunite in cerchio sotto una palma di cui abbracciano le foglie, quasi un inno alla vita e alla condivisione.

A partire dal 2010, la Bianchi torna alla pittura, e lo fa in un modo decisamente peculiare: fotografa i dettagli di un suo personaggio in bronzo – le mani, i piedi, i capelli e il viso, dettagli della veste – le stampa su carta e sovra dipinge a tempera una sorta di commento grafico alla sua stessa scultura. Colori vivaci, pattern geometrici, compongono sfondi che hanno la capacità di rendere astratti anche i tratti anatomici più riconoscibili.

Opere che possono essere considerate una forma di riflessione sul lavoro plastico svolto in più di cinquant’anni, ma anche, forse, un modo per spingersi oltre, per tentare nuove strade.

Senza Titolo, 2010-2011, tecnica mista su carta, 30x42cm

Ormai ultraottantenne Rachele Bianchi non ha più la forza di accostarsi alla pratica scultorea e si dedica completamente al disegno a matita e alla tempera.

La pratica di dipingere su grandi foto delle sue sculture continua, sviluppando ulteriormente pattern decorativi naturalistici e geometrici: l’artista realizza veri e propri sfondi colorati alle fotografie, creando un contrasto giocoso e spiazzante, a volte dei veri e propri paesaggi, o dettagli ironici capaci di dare nuova vita a sculture nate in contesti creativi ed emotivi completamente diversi.

Torna anche il disegno a matita rossa e blu ma con un tratto decisamente più marcato e composizioni orientate alla realizzazione di pattern, più che alla riflessione sui fondamentali geometrici e sul modellato degli anni precedenti.

Personaggio, 2013, tecnica mista su tela, 60x60cm
La joie de vivre, 2013, tecnica mista su carta, 29x42cm

Nel 2014 l’artista produce una serie di dipinti astratti su tela, quasi tutti Senza Titolo: composizioni in cui si mescolano geometrie e raffigurazioni di sapore infantile, realizzate con colori pieni e sgargianti; alcune rivelano, nella pennellata, nella composizione, nella scelta dei colori, dei chiari riferimenti alla storia dell’arte, alle indagini visive degli astrattisti francesi e russi del Novecento. Si tratta dell’ultima produzione di Rachele Bianchi che continuerà a disegnare quotidianamente soprattutto con pastelli a cera, matita e gessetto.

I suoi ultimi disegni sono del 2016, Rachele ha 91 anni.

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